Un incubo ricorrente
A volte penso che tutta la mia immaginazione venga sottratta e convogliata interamente nei miei sogni. Ci sono momenti in cui sogno cose incredibili, come interi cortometraggi con personaggi ben definiti e colpi di scena degni di una sceneggiatura. Altre volte sogno idee e concetti che, da sveglio, non sarei mai riuscito nemmeno a concepire.
È come se, durante il sonno, emergesse una parte di me che non conosco. Una parte decisamente più intelligente e creativa.
C’è però un sogno, o forse sarebbe più corretto chiamarlo un incubo, che ritorna con una certa regolarità. Ho iniziato a farlo negli ultimi cinque anni e ciò che trovo davvero insolito è che non si presenta mai nello stesso modo. Cambia ogni volta, pur ruotando sempre attorno allo stesso tema: la scuola.
Questa notte l’ho fatto di nuovo. Ho sognato di essere a scuola e di non riuscire a studiare. Più precisamente, ho sognato che ci fosse una scadenza, un’interrogazione, qualcosa di importante di cui avevo però completamente perso traccia.
In questi sogni rivivo, con una nitidezza quasi inquietante, quella che è stata la mia adolescenza tra i banchi. Gli insegnanti che, per qualche motivo, sembravano avercela con me. Io che venivo considerato un ragazzo problematico soltanto perché non riuscivo a memorizzare quella quantità disumana di informazioni che ho sempre reputato inutili.
Uno dei miei più grandi difetti è proprio questo. Se il mio cervello classifica qualcosa come inutile, semplicemente non riesce a trattenerla. Non memorizzo date, non memorizzo nomi. Ma soprattutto non memorizzo ciò che non nasce da una mia curiosità spontanea. Se qualcuno mi imponesse di studiare qualcosa che non ho scelto di approfondire, potrei quasi garantire che quelle informazioni non troverebbero mai posto nella mia mente.
Questo mio modo di essere e di conservare le informazioni mi ha penalizzato enormemente, sia a scuola sia nella vita quotidiana. A volte può perfino sembrare un atteggiamento egoista o poco empatico.
A scuola tutto era estremamente difficile. Nei primi anni, alle elementari e alle medie, ero uno studente modello.
I problemi sono emersi verso la fine del liceo, quando il mio cervello ha iniziato a capire che trovava felicità altrove, in attività che mi facevano stare bene e che riuscivano davvero a stimolarmi.
Spesso tornavo da scuola con un solo pensiero fisso: sedermi davanti al PC e fare qualcosa di creativo, come sviluppare un piccolo videogioco con GameMaker o dedicarmi al disegno. A un certo punto, però, nemmeno quello è bastato più. Lo stress che avevo accumulato era diventato tale che le uniche cose capaci di non farmi soffrire erano i videogiochi.
Ancora oggi considero il periodo del liceo il momento più brutto della mia vita.
Stanotte ho sognato esattamente tutto questo. La paura di fare scena muta. La paura di vedere tutti gli altri andare bene mentre io arrancavo. Il nodo alla gola che sento quando qualcuno è deluso da me (e anche io da me stesso). La paura di essere solo. La paura di rimanere intrappolato lì dentro per sempre.
Ricordo anche le frasi di scherno dei docenti, pronunciate in modo velato, forse perché così riuscivano a sentirsi meno in colpa quando mi mortificavano. Ricordo le critiche degli altri compagni di classe, che spesso mi additavano come un caso perso, qualcuno presente soltanto per inerzia, senza una vera ragion d’essere.
Ricordo però anche che, quando nessuno sapeva come affrontare un problema di informatica, tutti venivano da me per farsi aiutare.
Ricordo tutto questo ogni volta che faccio questo sogno e mi sento di nuovo smarrito.
Poi mi sveglio, con il fiato corto ma anche con il sollievo di sapere che ciò che stavo vivendo era soltanto un sogno e che ormai non ho più nulla di cui preoccuparmi.
Eppure quel trauma è rimasto.
Sento ancora l’ansia al mattino. L’ansia di non essere abbastanza. L’ansia di non farcela.
Forse mi accompagnerà per tutta la vita.
Oggi sono un system administrator per un’importante azienda leader nel settore. Ho i miei hobby, le mie passioni e una vita costruita attorno a ciò che amo fare.
Potrei considerarla una vittoria nei confronti di chi ha cercato di buttarmi giù. Potrei pensare di essermi preso una rivincita.
Eppure, nonostante tutto, non riesco a sentire di aver vinto nulla.